lunedì 12 dicembre 2011

La Colletta tra le sbarre

La Colletta tra le sbarre
di Paola Bergamini (tratto da tracce.it)

12/12/2011 - Milano, Padova, Parma... Tanti carcerati hanno partecipato alla Colletta Alimentare. C'è chi ha aiutato in magazzino e chi ha donato le crostatine della mensa. Ecco i racconti di chi ha partecipato a un gesto che «ha fatto ripartire il cuore»



«Per me è stata una cosa meravigliosa. Vuol dire che il mondo sta cambiando», ha scritto un detenuto del Due Palazzi di Padova il 26 novembre al termine della Giornata nazionale della Colletta alimentare che quest’anno per la seconda volta ha visto come protagonisti anche i detenuti di alcune carceri italiane. Pensare che quando i responsabili delle cooperative Giotto e Work Crossino, che offrono lavoro all’interno del carcere padovano, e il cappellano don Marco avevano proposto il gesto, qualche detenuto mugugnando aveva obiettato: «Ma che senso ha? Già abbiamo poco, è impensabile raccogliere del cibo da mandare fuori». E invece proprio i più indigenti sono scesi in chiesa portando quel poco che avevano, fosse anche solo le due crostatine date la domenica come dolce. Racconta Marino: «È stata l’occasione per alzare lo sguardo, per capire che non esistiamo solo noi. Nei giorni successivi ho visto molti miei compagni commentare con entusiasmo la Colletta. Aver partecipato a quel gesto apparentemente semplice ha fatto ripartire il cuore di molti. Solo come la presenza di un Altro sa fare».
Nel carcere di San Vittore a Milano a indossare la pettorina gialla della Colletta c’erano il calciatore Franco Baresi e l’assessore della Regione Lombardia Giulio Boscagli che alla fine ha detto: «Oggi ho potuto sperimentare un gesto di carità fatto da persone che, a loro volta, avrebbero bisogno di aiuto e supporto». Anche i detenuti del VIII raggio, non potendo partecipare come volontari alla raccolta per la loro condizione di “ristretti”, hanno però voluto contribuire al gesto facendo la spesa. E nella lettera al Banco Alimentare hanno scritto: «Ci sentiamo persone utili. È un dono che esce dal cuore che soffre a suo modo la fame dell’amicizia e della comprensione. Noi tutti ristetti siamo sempre pronti a dimostrare al nostro fratello più povero che noi ci siamo. Cogliamo l’occasione per ringraziare la vostra associazione di averci dato la possibilità di partecipare». Renato tra i volontari nel carcere milanese è stupito: «In tutti questi anni davanti ai supermercati mai mi era capitato che qualcuno ringraziasse perché lui poteva partecipare». È un capovolgimento di prospettiva.
A Parma Vincenzo davanti all’ipermercato inscatola gli alimenti che via via gli passano. Si sente utile. E racconta: «Quando varchi la soglia del carcere sai di entrare e di far parte di un altro mondo, all’interno del quale vieni privato di tutto. L’omologazione è totale. Figurarsi se è possibile provare la bella sensazione di sentirsi utili». Insieme a lui altri carcerati hanno deciso spendere le proprie ore di libertà in quel gesto perché «ci siamo anche noi in questo mondo e siamo fieri e felici di dare una mano a chi ha bisogno».
Nel magazzino di raccolta del Banco Alimentare a Rho il 26 novembre al mattino era passata questa voce: «Fate finta di niente. Considerateli come noi». Qualcuno si aspettava delle persone dimesse e invece... E invece i quattro detenuti del carcere di Opera erano pieni di vitalità. E di voglia di raccontare di sé, degli errori fatti, delle esperienze drammatiche vissute, ma soprattutto dell’incontro con gli amici di Incontro e Presenza. Un incontro che aveva cambiato la loro vita. E poi i figli, le mogli, il sogno di un lavoro scontata la pena... Ironia della sorte tra i volontari molti gli studenti di Giurisprudenza. E alla sera ognuno aveva scelto il proprio “avvocato” con tanto di foto ricordo.
A Padova un detenuto ha lasciato questo biglietto: «Non bisogna pensare solo a se stessi, l’egoismo ti porta all’isolamento dal mondo, ed è bello pensare che un essere sfortunato ha potuto sorridere anche solo per un attimo per una presa di coscienza. Noi soffriamo, è vero, ma nel mondo c’è chi soffre di più».

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